INTERPRETAZIONE DEI SOGNI

A scoprire che tutti sognano sono stati due studiosi dell'istituto di fisiologia dell'Università di Chicago. Nathaniel Kleitman ed Eu-gene Aserinsky hanno stabilito che il sonno non si svolge in fasi graduali, passando cioè dallo stato di veglia a quello di sonno profondo per tornare poi alla veglia, bensì che queste fasi sono cicliche, durano complessivamente novanta minuti, si ripetono circa cinque volte nel periodo di otto ore, considerato medio del riposo notturno.

Collegando i dormienti a un elettroencefalogramma, Kleitman e Aserinsky notarono inoltre che nella prima fase del sonno i movimenti oculari sotto alle palpebre sono molto più rapidi che nelle fasi seguenti. Se svegliati in questa fase, chiamata rem (Rapid eye move-ments), i soggetti dell'esperimento, poi ripetuto innumerevoli volte, ricordavano i loro sogni in modo assai più vivido e preciso che se il sonno veniva interrotto nelle fasi non rem. Si poteva così appurare che i sogni si concentrano effettivamente in certi periodi del sonno, mentre man mano che questo si fa più profondo si verifica una quasi totale assenza di sogni. La fase rem venne così definita D-State (dream-state) e considerata come il terzo stadio dell'esistenza, essendo gli altri due quello della veglia e del sonno ordinario.

Se consideriamo sette/otto le ore medie di sonno, vuol dire che ognuno di noi «produce» circa un migliaio di sogni l'anno. O, messa in altri termini, se si potessero sommare i sogni di un individuo di cinquant'anni risulterebbe che ha sognato per cinque. Cinque anni in cui il tempo e lo spazio assumono misure del tutto diverse, in cui passato, presente e futuro si mescolano in sequenze che associano ricordi lontani, accadimenti improbabili o assurdi, reminiscenze diurne, presentimenti incerti, premonizioni folgoranti, impressioni dimenticate, speranze e angosce, timori reali, desideri impossibili.

Nel sogno si diventa farfalla o balena, soggetto e oggetto, sia dialoga con gli animali, si è perseguitati da mostri, si vedono angeli e demoni, si cambia sesso, si restituisce vita e parola ai morti, si torna bambini, si diventa vecchissimi, ci si congiunge carnalmente con degli estranei, ci si libra nell'aria, si inventano poemi, si odono voci misteriose, a volte dolcissime a volte tremende, si muore, si uccide, si resuscita.

È questo, forse, l'aspetto più bizzarro del sogno: la sua dimensione paradossale che ignora le categorie cui siamo avvezzi.

Il sogno è inoltre l'esperienza più soggettiva che esista. Non si può condividere né verificare i sogni degli altri, né entrarvi volontariamente, né costringere qualcuno a sognarci, né escludere dai sogni persone o fatti indesiderati, né includervi ciò che si vorrebbe. Non si possono oggettivare i propri sogni e, anche quando si ricordano, si è costretti a raccontarli fidandosi della memoria e affidandosi alle parole. Ma memoria e parole sono sommamente inganne voli, soggette a divagazioni volontarie, a involontarie rimozioni, a ogni sorta di travisamenti consci e inconsci.

L'aspirazione di dare al sogno un significato leggibile generale e lessicale, di oggettivarlo, di trarne auspici, risposte, indicazioni, conoscenza, si perde nella notte dei tempi.

Da secoli, anzi da millenni, si è dibattuto se i sogni abbiano o non abbiano significato e contemporaneamente sacerdoti e indovini, filosofi e profeti hanno cercato di interpretarli.

Nel vi secolo a. C. Eraclito di Efeso aveva già enunciato il carattere strettamente individuale e soggettivo del mondo onirico: «Unico e comune è il mondo per coloro che sono desti, mentre nel sonno ciascuno si rinchiude nel suo proprio e particolare»4.

Duemila anni più tardi Cartesio affermava la difficoltà di differenziare obiettivamente il sonno dalla veglia («Vedo manifestamente che non esistono inclinazioni precise né segni abbastanza certi per mezzo dei quali sia possibile distinguere nettamente la veglia dal sonno, al punto che sono profondamente stupito, e il mio stupore è tale che è quasi capace di persuadermi che sto dormendo»)5.

La labilità della demarcazione tra sonno e veglia risulta ancor più evidente nelle civiltà cosiddette primitive. Gli antropologi hanno raccolto innumerevoli testimonianze di come gli aborigeni, avendo «visto» accadere un fatto in sogno, lo considerano reale6. Notissimo il caso, riferito da Lévy-Bruhl, di un indio del Paraguay che scorse in sogno un missionario rubargli delle zucche e non si convinse dell'innocenza del sacerdote nemmeno quando questi gli dimostrò d'esser stato assente dal villaggio durante la notte. O di un altro che sognò lo stesso missionario il quale gli aveva inflitto una dura condanna per punirlo di un delitto e, il giorno seguente, felice d'esser scampato alla morte, ma temendo che la punizione si ripetesse, tentò di uccidere il poveretto.

Credenze simili si ritrovano tra popoli diversissimi: dall'estremo Nord al Borneo, dall'Africa all'Australia, e già nel xvii secolo i missionari avevano tentato di spiegarle a proposito degli indiani della Nuova Francia:

«Non riuscendo a rendersi conto di come l'anima operi durante il sonno allorché indica loro persone o oggetti lontani e assenti, essi sono convinti che l'anima abbandoni il corpo mentre questo è immerso nel sonno, e vada a cercare essa stessa le persone e gli oggetti sognati nei luoghi dove compaiono, per poi tornare nel corpo verso la fine della notte, quando tutti i sogni dileguano» .

Questi popoli ritenevano insomma che i sogni fossero più veritieri della realtà anche se le immagini oniriche erano palesemente smentite dai fatti. Non si trattava dunque di interpretarli ma di attenervisi. Il sogno diventava così non annuncio, bensì una prefigurazione che costringeva nell'onirico il mondo della veglia.

Diversa e molto interessante la credenza degli Huron, i quali supponevano che nei sogni si manifestassero i desideri segreti e che un desiderio insoddisfatto fosse altrettanto pernicioso di un veleno, in quanto, come il veleno, continuava la sua opera di corrosione sotterranea. «... Essi credono che la nostra anima possa conoscere i suoi desideri naturali attraverso i sogni, per cui, se questi desideri sono stati realizzati, essa è contenta, ma se, al contrario, non le si concede ciò che desidera, essa si indigna, non solo rifiutando al corpo quel benessere e quella felicità che pur voleva procurargli, ma spesso anche rivoltandoglisi contro col causargli diverse malattie e persino la morte.»8

Se al posto di anima mettessimo inconscio, la credenza degli Huron non sembrerebbe tanto dissimile dalla definizione freudiana per cui «il sogno è la manifestazione di un desiderio». Come non notare che nella raffinata e intellettuale Vienna ottocentesca sia comparsa (Freud non si ispirò certo agli Huron) un'idea già fiorita nella mente dei «selvaggi»?

Alle numerose domande che ci eravamo posti se ne aggiunge così un'altra: qual è il rapporto tra realtà e sogno? E non solo nei sogni «profetici», di cui troviamo innumerevoli esempi nei testi sacri e in quelli letterari di tutti i tempi, ma anche in quelli quotidiani che lasciano a volte un'impressione così intensa da generare un turbamento che si prolunga oltre lo svanire delle immagini notturne.

Non tutti i sogni creano questo stato d'animo, anzi pochissimi. Torniamo così alla porta d'avorio e a quella di corno, l'allegoria confermata dai recenti studi, che, distinguendo tra sogni fatti in fase rem e sogni che si presentano in fase non rem, attribuisce ai primi le stesse caratteristiche dei sogni provenienti dalla porta di corno. I quali ultimi, essendo eccezionalmente vividi e intensi, li intuiamo come latori di avvenimenti o promesse, rivelazioni ambigue di una qualcosa che ci sfugge, che ci costringe a dipanare l'oscurità del messaggio.

Questo libro si propone di offrire delle indicazioni per avvicinarsi al complesso mondo dei sogni, al significato che vi è stato attribuito nel corso dei millenni, al suo evolversi, ripetersi, modificarsi fino ai nostri giorni.

Da quando — sono poco più di trent'anni — medicina e fisiologia si sono occupate del sonno e dei sogni, studiandone alcuni meccanismi, la tendenza a considerare i secondi come fenomeni si è largamente diffusa.

Tuttavia i sogni, per loro intrinseca natura, continuano a sfuggire a questa classificazione. A differenza degli altri fenomeni trattati dalle scienze naturali che sono verificabili da più persone, che persistono nel tempo e che in condizioni prevedibili tornano a manifestarsi, i sogni possono esser osservati solo da chi li sogna, riferiti ma non trasmessi direttamente ed, essendo irrepetibili, non si può esaminarli una seconda volta. Classificarli come fenomeni appare dunque un artificio usato per superare la resistenza che essi offrono all'indagine scientifica.

I sogni presentano insomma due aspetti del tutto contrastanti: l'irriducibile soggettività dell'esperienza e l'universalità della stessa.

Avventurarsi su un terreno così complesso, ricco di una letteratura immensa, ripetitiva e contraddittoria, pervasa da credenze fideistiche, da negazioni pregiudiziali e scettiche, da testimonianze che risentono della cultura, del costume, gruppo, paese, epoca, sia di chi sogna sia di chi interpreta, sembra impresa, se non impossibile, ardua.

Se ho osato affrontarla — anche in nome di quella inclinazione giovanile che da allora mi accompagna — è stato perché sono convinta che i sogni vadano considerati come una forma, una possibile estensione, dell'immaginazione vigile. Punto di vista forse non nuovo, tuttavia non secondario per trovare un punto d'incontro tra i molteplici e contrastanti aspetti di cui siamo fatti e di cui sovente, troppo sovente, siamo portati a dimenticarci.

La divinazione

«La profezia è la più gratuita forma di errore» scriveva George Eliot in Middlemarch, ed Einstein, richiesto di che cosa pensasse del futuro, rispose: «Non ci penso mai. Arriva così presto».

Sono rare tuttavia le persone che assumono un atteggiamento così distaccato rispetto alle incognite che il domani ci serba.

Delle tre domande che gli esseri umani si pongono dai tempi dei tempi — «Chi siamo, da dove veniamo, dove siamo diretti?» — la terza è senza dubbio la più coinvolgente. Lo è non solo e non tanto dal punto di vista teorico quanto da quello pratico e individuale.

«La caccia sarà proficua? Riuscirò a sfamarmi, a sopravvivere?»

 

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